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28/06/16

09/06/16

La terapia cognitivo comportamentale e il dolore cronico

Per dolore cronico si intende un' esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata o meno a danno tessutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di un simile danno (IASP, 1994), che perdura per più di tre mesi dall’evento scatenante. Può portare ad una progressiva riduzione delle autonomie, disturbi del sonno, alterazione delle abitudini sociali e lavorative, diminuzione delle relazioni sociali fino all’isolamento sociale. Proprio per tali caratteristiche coinvolge aspetti emotivi e cognitivi della persona che possono influenzare in modo importante l’esito terapeutico.  L’intervento CBT (terapia cognitivo comportamentale) può aiutare la persona ad ostacolare pensieri e comportamenti che perpetuino o peggiorino la condizione di dolore attraverso la ristrutturazione cognitiva, sessioni di rilassamento, mindfulness, pianificazione delle fasi di addormentamento e programmazione di attività piacevoli. L’obiettivo che si pone questo modello d’intervento è di percepire il dolore come compatibile con una buona qualità di vita, ridurre l’angoscia del dolore e la negatività a esso associata. Un aiuto alle persone che soffrono di dolore cronico arriva dalla CBT a partire dalla gestione della qualità del sonno, infatti, dormire poco e male costituisce uno degli elementi di amplificazione della situazione dolorifica e fa da freno alla possibilità di intraprendere delle attività che producono un miglioramento della qualità di vita del paziente. La presenza di un pensiero di tipo catastrofico caratterizza le persone colpite da dolore cronico, è importante intervenire quindi su questo versante proprio perché questo tipo di pensiero funziona da mediatore, assieme a depressione e credenze di evitamento, tra dolore cronico e autonomia personale. Il pensiero catastrofico è uno degli aspetti centrali di intervento della CBT proprio perché influenza in modo importante sia la percezione legata al dolore, sia può influenzare in modo negativo le condotte salutari che il paziente dovrebbe mettere in atto (es. controllo del peso, attività fisica, assunzione corretta dei farmaci).

 

 

 

26/04/16

  , by admin   , 488 words  
Categories: Training assertività-autostima

Imparare a dire no in modo assertivo

Le persone assertive sono in grado di dichiarare alle persone con le quali entrano in relazione cosa sono disposti a fare oppure a non fare, in questo modo accrescono la propria autostima e si guadagnano il rispetto altrui. Le persone che non sanno dire di no, invece, vivono costantemente con la paura di non apparire sufficientemente buoni, affidabili ed efficienti. Questa condizione però non farà altro che provocare malessere, perché finiranno per sentirsi costantemente messi alle strette, affaticati dalle continue insistenze altrui perché “tanto tu non dici mai di no”, proveranno quindi rabbia verso gli altri perché li fanno sentire frustrati. Imparare a dire di no, non deve cambiare l’immagine che abbiamo di noi stessi, non siamo cattive persone solo perché sappiamo e possiamo dire di no. Facciamo un esempio: Carla è la mamma di Marco. Marco ha 14 anni e come ogni ragazzino della sua età vuole uscire il sabato sera e rientrare a casa dopo la mezzanotte. Durante una discussione Carla dice a Marco  che a mezzanotte dovrà necessariamente essere a casa. Marco si arrabbia e la frustrazione del sentirsi dire di no dalla mamma sfocia in un pianto. Secondo voi a questo punto cosa farà Carla per essere assertiva? Cercherà di far capire a Marco che comprende la sua frustrazione e il suo desiderio di fare più tardi, ma che la decisione non cambia. Il no di Carla ha il duplice scopo di salvaguardare l’integrità di entrambi.  Quali sono le trappole cognitive che fanno sì che non siamo in grado di dire un “no”?Innanzitutto potremmo pensare che l’altro potrebbe abbandonarci o potrebbe non volerci più bene,  per mantenere un’immagine positiva e buona di noi stessi dobbiamo dire sempre di sì, se l’altro mi ha detto di sì devo dire di sì anche io. Potremmo inoltre sentirci in colpa se l’altra persona reagisce male al nostro no, dovremmo rendere felici prima gli altri, i nostri bisogni valgono di meno, dovremmo essere sempre disponibili e affidabili per non perdere la stima degli altri.  Come possiamo allora imparare a dire di no in modo assertivo?

-dichiarare al nostro interlocutore di avere ascoltato attentamente quello che aveva da dirci prima di dire di no

- occorre rispondere in modo fermo, chiaro senza usare scuse o ricorrere agli altri per motivare il nostro no. Direi di no è un nostro diritto

- occorre assumersi le responsabilità del nostro rifiuto

- usare la tecnica del sandwich: ovvero si tratta di collocare un no tra due affermazioni positive. Ad esempio: “Ti ringrazio per avermi offerto questa possibilità di collaborare con te. In questo momento non ho molto tempo. Spero in futuro di avere un’altra possibilità per poter collaborare con te, mi farebbe piacere.”

- offrire alternative e dichiarare i motivi del rifiuto. Ad esempio “ Ti ringrazio per avermi offerto questa possibilità di collaborare con te, ma in questo periodo sono molto impegnato. Conosco una persona che potrebbe collaborare con te sino a quando io mi sarò liberato”.

 

12/04/16

L’assertività come strumento per autoaffermarsi

 Il nostro stato d’animo, la nostra capacità di relazionarci con gli altri in situazioni di conflitto, la nostra capacità di affermare noi stessi non dipendono affatto dalla situazione nella quale ci troviamo immersi, ma dipende dalla valutazione che facciamo di quella situazione. Siamo noi i responsabili della nostra sensazione di benessere o malessere all’interno di una specifica situazione e ancora di più lo sarà nel modo di vivere le nostre relazioni con gli altri. Passività e aggressività sono entrambi stili comunicativi che non sono funzionali perché non ci permettono di esprimere ciò che sentiamo e viviamo quando entriamo in relazione con gli altri, e alla fine non ci fanno stare bene con noi stessi. Il comportamento aggressivo può sembrare inizialmente utile per ottenere dagli altri ciò che vogliamo e creare un clima di tensione che fa scattare tutti alle nostre richieste, sul lungo periodo conduce al conflitto ed evitamento da parte delle persone che sono intorno a noi. Dall’altro canto, anche il comportamento passivo, che inizialmente ci mette un po’ al riparo da possibili ritorsioni da parte degli altri, in realtà si trasforma in qualcosa che non va a nostro vantaggio. Chi ci sta intorno avrà la percezione che la persona passiva sia una persona che non è in grado di fare delle scelte, che rinuncia a qualcosa ancora prima di averlo iniziato, che è ambigua. In questo modo non solo allontaneremo gli altri, ma tenderemo a sentirci frustrati, ci sentiremo inferiori, incapaci e non faremo altro che attirare persone pretenziose e aggressive.  E allora cosa possiamo fare per sentirci bene nelle relazioni con gli altri e avere la possibilità di esprimere ciò che pensiamo e sentiamo nel rispetto nostro e altrui anche in caso di critiche? Possiamo imparare ad utilizzare l’assertività per :

-affermare noi stessi

- rispettare gli altri al fine di raggiungere obiettivi che si addicano alle proprie potenzialità

- esprimere onestamente e rispettosamente i propri sentimenti, pensieri, bisogni

- far fronte alle critiche che ci vengono mosse senza subirle e senza attaccare gli altri

- essere in grado di direi di no come autoaffermazione di sé e come modo per stabilire i propri limiti.

 “Se sacrifichiamo frequentemente i nostri diritti, insegniamo agli altri ad approfittarsi di noi.” Cit. P. Jakubowsky 

13/03/16

Che cos'è la ruminazione?

La ruminazione mentale è una forma di pensiero circolare che ingabbia l’individuo in un circuito senza via di uscita. La ruminazione è un insieme di pensieri ripetuti e ripetitivi solitamente caratterizzati da contenuti negativi che possono riguardare eventi del passato e produrre effetti negativi sul tono dell’umore.   

In una certa misura tutti noi tendiamo a ruminare su alcuni contenuti mentali o tendiamo a soffermarci a volte più del dovuto su alcuni problemi o eventi. A volte questo può portarci alla ricerca della soluzione di qualche problema che ci preoccupa e tendiamo a cercare di mettere in pratica questa soluzione ripristinando una situazione di equilibrio che ci fa stare bene. Altre volte, ruminare può diventare un vero  e proprio circolo vizioso senza uscita ne quale si rimane ingabbiati. Ricorrere eccessivamente alla ruminazione può essere dannoso.

Come?                                                                                                                                                                                 

-ruminare eccessivamente porta la persona a concentrarsi sulle cause e sulle possibili conseguenze anziché sulle soluzioni                    

-ruminare eccessivamente porta la persona a concentrarsi solo su ciò che è andato storto alimentando il pensiero negativo                      

-la ruminazione può condurre ad episodi depressivi e ad un calo generale del tono dell’umore                                                                    

- ruminare eccessivamente può portare la persona ad uno stato di inattività ed all’incapacità di trovare strategie di problem-solving.

Ruminare su un problema può portare a:

a) rimanere bloccati in un ciclo e causare disagio. La persona può iniziare a dirsi “Perché queste cose capita sempre a me? Che cosa ho fatto per meritare questo?”. In questo caso la ruminazione non è funzionale, essa infatti si concentra maggiormente sui “perché?”. Questa modalità è detta metodo valutativo, le domande hanno come obiettivo quello di concentrarsi sulla valutazione del significato degli eventi e delle situazioni che la persona si trova ad affrontare.

b) portare alla risoluzione del problema. La domanda che la persona può farsi è: “Come posso risolvere questo problema?”. In questo caso, l’intento è quello di intervenire per risolvere il problema. La ruminazione è funzionale quando la domanda che la persona si pone più spesso è “come?”, ciò su cui si concentra la domanda riguarda il processo, ovvero come le situazioni e gli eventi accadono. In questo caso, il focus della ruminazione è la ricerca della soluzione dei problemi.

 

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Dott. Enrico Parpaglione Psicologo Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale e Terapeuta Schema Therapy.
(Certificato dalla Società Internazionale per la Schema Therapy).

dott. parpaglione
3494064593

Indirizzo: via Bligny 9 - Torino.

e-mail: studio@psicologo.torino.it

P.iva 09620460015

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