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Secondo un recente studio condotto in Danimarca, lo stress lavoro-correlato sarebbe associato ad un aumentato rischio di infarto. I ricercatori hanno scoperto in particolare che le persone che riferiscono stress lavorativo hanno 1.4 volte più probabilità di essere soggette ad infarto.
La ricerca ha interessato circa 5.000 uomini di età compresa tra i 40 e i 59 che sono stati monitorati periodicamente nell’arco di 30 anni per quanto riguarda i livelli di stress a lavoro e le condizioni di salute. Il dieci per cento degli infarti che hanno colpito gli uomini presenti nel gruppo nel corso del tempo sono stati causati, secondo i ricercatori, dallo stress lavoro-correlato.
Tra gli uomini delle classi sociali più abbienti gli effetti dello stress lavorativo sul rischio di infarto sono particolarmente evidenti, la probabilità aumenta infatti del 38%.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Occupational and Environmental Medicine.
Fonte: Journal of Occupational and Environmental Medicine
Le donne che bevono almeno quattro tazze di caffè al giorno hanno una probabilità del 20% inferiore rispetto a chi ne beve poco di sviluppare depressione.
Lo studio, guidato da Michel Lucas e condotto presso la Harvard School of Public Health di Boston è stato pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Internal Medicine.
La caffeina è nota per i suoi effetti stimolanti sul sistema nervoso centrale ed il caffè è la bevanda che maggiormente è associata all'assunzione di questa sostanza.
I ricercatori hanno monitorato 50.000 donne che avevano un'età media di 63 anni; nessuna di loro era depressa al momento in cui è iniziato lo studio.
In una prima fase della ricerca gli scienziati hanno sottoposto le persone ad una serie di questionari che riguardavano le loro abitudini e la frequenza di uso di bevande contenenti caffeina. Le donne sono state quindi monitorate per i successivi 10 anni, in questo arco di tempo 2600 donne hanno sviluppato una depressione clinica.
Le donne che consumavano 2-3 tazze al giorno mostravano un 15% di probabilità in meno di sviluppare depressione di colore che ne bevevano solo una tazza alla settimana. Il rischio diminuiva del 20% nelle donne che bevevano 4 tazze al giorno di caffè.
I risultati hanno portato a concludere che la caffeina aiuta a prevenire la depressione, tuttavia non sono ancora chiari i meccanismi per cui questo accade. Secondo alcuni studi svolti in precedenza la caffeina protegge da alcune neurotossine stimolando i recettori dei gangli basali del cervello.
Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare la scoperta e comprenderne meglio come la caffeina influisce sull'umore.
In uno studio condotto dall'Università del Missouri si è scoperto che smettere di fumare migliora la personalità.
Lo studio è stato condotto da Andrew Littlefield, un dottorando presso il Dipartimento di Psicologia.
Nello studio i ricercatori hanno confrontato persone tra i 18 e i 35 anni che fumavano con altre che avevano smesso di fumare.
Gli studiosi hanno scoperto che tra le persone che ancora fumavano risultavano più marcati due tratti di personalità:
- impulsività, agire senza pensare alle conseguenze;
- neuroticismo, essere negativi ed ansioni per la maggior parte del tempo.
Secondo i ricercatori, se da una parte chi ha i più alti livelli di impulsività e neuroticismo inizia più facilmente a fumare, dall'altra chi smette riduce la forza di questi due tratti di personalità, in particolare tra i 18 e i 25 anni.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nicotine and Tobacco Research.
La depressione è un male diffuso, in Italia si stima che ne soffra il 18 per cento della popolazione.
Sembra comunque che questo fenomeno rimanga in larga parte sommerso, sono infatti molte le persone che evitano di comunicare il loro malessere al medico di base o ad altri specialisti del settore.
Perchè questo accade? In parte la risposta può essere individuata nelle caratteristiche stesse del disturbo, la depressione infatti porta ad un calo generale di motivazione ed interesse verso le esperienze e l’azione e quindi anche verso la richiesta di aiuto.
Una recente ricerca ha cercato di individuare altre possibili motivazioni alla base di questa reticenza.
Lo studio, è stato condotto su 1.054 adulti ed è stato pubblicato sulla rivista "Annals of Family Medicine".
Il 43 per cento di partecipanti ha riferito le ragioni per i quali non avrebbero parlato dei propri sintomi depressivi al medico di base.
I motivi erano diversi: non voler ricevere la prescrizione di farmaci (il più frequente), l’idea che il medico di base non fosse la persona più adatta ad accogliere un problema emotivo, la preoccupazione circa la privacy, il timore di essere etichettati come pazienti psichiatrici ed inviati ad altri specialisti.
Le donne con reddito basso e di ceto sociale più umile sono risultate quelle più difficoltà ad aprirsi per chiedere aiuto.
Altri fattori che portano a non riferire i sintomi di depressione sono: avere una depressione da moderata a grave, non avere una storia famigliare di depressione, pensare che la depressione sia stigmatizzante, credere che si dovrebbe essere in grado di risolvere da soli il problema.
In un recente studio pubblicato sul Journal of Bone and Joint Surgery, i ricercatori della Seoul National University in Corea del Sud hanno osservato che la depressione clinica può aggravare l’artrite al ginocchio. I sintomi fisici dei pazienti con depressione erano peggiori e più dolorosi di quanto ci si potesse aspettare osservando i raggi X.
Diversi studi hanno dimostrato che la depressione abbassa le difese immunitarie e può far emergere o peggiorare altre problematiche fisiche. Persone affette da depressione hanno un aumentato rischio di malattie cardiache ed individui che hanno entrambe le problematiche, umore basso e problemi di cuore, sono soggetti a guai fisici più gravi di coloro che hanno la sola malattia cardiaca.
La depressione riguarda circa 150 milioni di persone nel Mondo e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2020 passerà dal quarto al secondo posto nella classifica delle malattie che provocano maggiori disabilità e giorni persi di lavoro.