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17/01/10

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Categorie: Coaching

Conoscere e potenziare la nostra capacità immaginativa

immaginazione

Oggi parlerò dell’immaginazione, uno strumento che può essere utilizzato in ambito psicologico e psicoterapeutico per promuovere la crescita personale e professionale.

Possiamo immaginare la nostra mente come un simulatore della realtà, da un lato la realtà che conosciamo è sempre una costruzione della nostra mente, dall’altro la nostra mente può essere utilizzata per creare una realtà che ancora non c’è o che c’è già stata.

Se abbiamo a disposizione uno strumento così potente per simulare la realtà e per prepararci ad essa, perchè non utilizzarlo? I bambini usano spesso l’immaginazione, per inventare nuove soluzioni ed elaborare le emozioni.
Negli adulti, invece, il ragionamento razionale viene sovrautilizzato a discapito della fantasia ed immaginazione.

Talvolta, tra gli adulti l’immaginazione viene anche vista negativamente: in realtà può risultare problematica solo se usata per fuggire dai problemi piuttosto che come strumento per adattarsi all’ambiente.

Per chiarire questo importante punto facciamo alcuni esempi.

Mario ha un problema sul lavoro, ha timore di non essere in grado di affrontarli, fantastica che i problemi non ci siano. Questo porta a un peggioramento della situazione.
In questo caso Mario ha utilizzato inconsapevolmente la fuga nella fantasia per non affrontare la sua paura di non farcela.

Gianni ha un problema sul lavoro, ne prende coscienza e sfrutta l’immaginazione per visualizzare possibili soluzioni.

Anche Gianni ha usato l’immaginazione, ma l’ha fatto in modo consapevole e orientato ad affrontare in modo appropriato la situazione.

Capita spesso di incontrare persone che, pur avendo notevoli capacità immaginative, non sono in grado di sfruttarle adeguatamente.
A volte, anzi, questo loro “potere” fuori controllo risulta problematico! Per esempio se arrivano loro immagine catastrofiche ricche di particolari queste possono bloccare la loro capacità di azione.
Talvolta il problema non è l’incapacità a immaginare ma la difficoltà a sfruttare questa abilità a proprio vantaggio!

Vediamo in cosa ci possono essere utili le tecniche immaginative:
- Miglioramento della performance
- Gestione emozionale
- Memotecniche
- Superare le paure
- Autostima/Autoefficacia
- Problem Solving/Decision Making

E in quali ambiti:

- Personale e relazionale
- Lavorativo
- Sportivo
- Formativo

Cosa possiamo fare se non riusciamo a immaginare?
L’abilità immaginativa può essere migliorata anche in persone che non sono solite usare l’immaginazione.
Vediamo una esercizione per mettere alla prova le nostre abilità immaginative che ci permettera anche di toglierne un po’ di ruggine dalla nostra mente se è tanto tempo che non la sfruttiamo a tale scopo.

1) Scegliamo un oggetto di piccole dimensioni nei paraggi e osserviamolo per dieci secondi;

2) Chiudiamo gli occhi e proviamo a ricrearlo nella nostra mente;

3) Proviamo a manipolare l’immagine creata nella nostra mente come se avessimo a disposizione un telecomando, modificando la messa a fuoco, la grandezza, la luminosità. Concludiamo queste modifiche quando l’immagine ci sembra di nostro gradimento;

4) Riapriamo gli occhi e riconsideriamo l’oggetto reale, questa volta possiamo prenderlo in mano, toccarlo, sentirne la forma liscia o spigolosa. Possiamo inoltre scuoterlo, sentirne il peso e i rumori che produce se lo battiamo sulla nostra mano. Questa volta osserviamolo anche da diverse angolazioni per avere ulteriori dettagli da inserire nella nostra immagine;

5) Chiudiamo chi occhi e rendiamo la nostra immagine più dettagliata e tridimensionale aggiungendo all'immagine le nuove caratteristiche osservate;

6) Osserviamo bene l’immagine valutiamo la nostra abilità immaginativa e infine riapriamo gli occhi ringraziando la nostra mente per averci permesso di provarne le potenzialità;

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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28/11/09

Gestire lo stress: 16 strategie per vivere meglio

molo stress

La frenesia della vita odierna, i problemi da affrontare sul lavoro e nelle relazioni possono alimentare in noi stress e tensione.
Possiamo allora chiederci, come superare lo stress? La terapia cognitivo comportamentale propone una serie di strategie validate scientificamente che ci possono aiutare a ridurre lo stress e a prevenire l'insorgere di ansia e depressione.

1) Attività fisica
Svolgere attività fisica in modo regolare e moderato, magari in compagnia di altre persone può esserci di aiuto nel ridurre lo stress.

2) Alimentazione
Una corretta alimentazione ci aiuta a mantenere uno stato di benessere psicofisico e ci rende quindi più forti quando dobbiamo fronteggiare situazioni stressanti.

3) Rilassamento
Lo stress modifica il nostro modo di respirare e rende i nostri muscoli tesi.
Grazie alle tecniche di rilassamento potremo imparare a riconoscere questo stato di tensione e a ridurlo nel giro di pochi minuti.

4) Gestione del tempo
Ci sentiamo stressati perchè ci sembra di dover fare troppe cose? Il nostro problema potrebbe essere causato da una scorretta gestione del tempo. L'apprendimento di abilità di gestione del tempo ci potrà aiutare a ridurre lo stress.

5) Abilità di pianificazione/organizzazione
Essere in grado di stabilire obiettivi specifici e realistici e pianificare come raggiungerli può essere di grande aiuto per ridurre lo stress.
Al contempo non bisogna cadere nella trappola di una pianificazione eccessiva, questo ci porterebbe a provare ansia e frustrazione ogni volta che il nostro programma non può essere rispettato.

6) Ammorbidire le convinzioni
Forse pensiamo di dover far sempre tutto alla perfezione e di non dover sbagliare mai? Queste e altre convinzioni potrebbero essere la causa del nostro stato di stress. La terapia cognitivo comportamentale ci può far riconoscere e modificare queste convinzioni.

7) Problem Solving e Decision Making
Se di fronte ai problemi siamo spesso indecisi, siamo poco propensi a prenderci rischi o al contrario tendiamo a decidere con impulsività,potrebbero tornarci utili le strategie di problem solving e decision making.

8) Modificare il dialogo interno
A volte la causa di stress risiede più nel nostro modo di parlarci che nelle situazioni esterne. Se tendiamo a ripeterci spesso frasi negative o ansiogene diventa importante lavorare sul nostro dialogo interno per crearne uno più costruttivo.

9) Imparare tecniche di meditazione
Le tecniche di meditazione vengono da tempo utilizzate in terapia cognitivo comportamentale. La ricerca scientifica ha infatti dimostrato che possono essere un ottimo strumento per imparare a modulare la propria emotività.

10) Praticare la consapevolezza
Significa diventare consapevoli anche delle piccole cose che facciamo, come camminare, osservare, parlare, muoversi, stirare, lavare i piatti ecc..
Questa pratica ci aiuta a ridurre lo stress vivendo il momento presente e apprezzando ogni esperienza che la vita ci propone.

11) Imparare tecniche di defusione
Si tratta di abilità che si insegnano in terapia cognitivo comportamentale per diventare spettatori dei propri pensieri, emozioni e sensazioni.

12) Lavorare sulla propria autostima
In alcuni casi la vita diventa stressante perchè tendiamo a svalorizzare ogni nostro risultato e ci focalizziamo esclusivamente sugli aspetti negativi. Lavorare sull’autostima potrebbe essere indicato in questi casi.

13) Adottare uno stile relazionale assertivo
Si tratta di imparare a mediare con gli altri e ad affermare i propri bisogni, ma anche ad ascoltare quelli delle altre persone. Diventare più assertivi permette di ridurre in larga parte lo stress legato ai conflitti relazionali.

14) Apprendere dal proprio corpo
La tecnica del biofeedback ci aiuta a modulare le risposte del nostro sistema nervoso grazie a un segnale visivo o sonoro che ci comunica quando siamo rilassati e quando siamo emotivamente attivi.
Il biofeedback è uno strumento che monitora il nostro stato emotivo grazie ad una serie di sensori che registrano frequenza cardiaca, onde cerebrali, temperatura corporea, conduttanza cutanea, tensione muscolare.
Questo strumento rende possibile imparare a modulare il proprio stato di attivazione emotiva.

15) Stress inoculation training
Questo training cognitivo comportamentale ha come scopo quello di prepararci ad affrontare situazioni stressanti sul lavoro o in casa.
Possiamo immaginare la SIT come un allenamento di uno sportivo prima della partita. Si apprendono infatti abilità e si affrontano prove simili a quelle che si dovranno fronteggiare nella vita reale.

16) Fermarsi a ridefinire i valori
Per valori intendiamo, ciò che per noi ha valore. Potremmo infatti renderci conto che, anche se siamo sempre di corsa, non stiamo procedendo nella direzione che vorremmo!
Comprendere qual è la direzione verso la quale voglio dirigere la mia vita è il primo passo per agire in modo consapevole.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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03/11/09

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Categorie: Schemi disfunzionali

La trappola dell'iperprotezione (parte 3)

onde

Le conseguenze
Senza dubbio il carattere (ovvero la parte genetica della nostra personalità) media le conseguenze di questi atteggiamenti genitoriali.
Ci sono insomma bambini più vulnerabili che con più facilità verranno danneggiati da uno stile genitoriale iperprotettivo.
Inoltre dobbiamo tenere presente che i problemi si verificano solo se il genitore ripete costantemente e rigidamente uno degli schemi disfunzionali visti.

Di solito l'infanzia e la prima adolescenza di figli iperprotetti passano spensierate e senza grossi problemi.
A volte possono comunque manifestarsi già in questo periodo comportamenti capricciosi, difficoltà a staccarsi dai genitori e a socializzare con i coetanei.

La crisi vera e propria emerge quando, nel corso della giovinezza, il ragazzo viene messo di fronte ad una serie di sfide alle quali non si sente preparato.
Ad es. prendere la patente, creare relazioni intime, iscriversi all’università, trovare un lavoro.

Tutto questo avviene in un ambiente nuovo e molto più complesso rispetto a quello ovattato nel quale aveva vissuto fino a quel momento.
La persona che è stata iperprotetta si sentirà insicura e spaventata di fronte alle sfide che la vita le propone.
Non accetterà di farsi carico delle proprie responsabilità ma cercherà di far scegliere gli altri per lui, si farà trascinare dalla corrente piuttosto che prendere le redini della propria vita.

Come uscirne
La terapia cognitivo comportamentale e la schema therapy possono fornire un valido supporto per il superamento di queste problematiche.
Per aiutare una persona ad affrontare i propri schemi di vulnerabilità, dipendenza o invischiamento e immaturità sarebbe preferibile intervenire anche sulla famiglia. Soprattutto se, come spesso accade, la persona che chiede aiuto (spesso per depressione, bassa autostima o ansia) vive ancora a stretto contatto con i propri genitori.

Il lavoro con la famiglia è indirizzato alla comprensione e alla modifica dei comportamenti genitoriali che mantengono la dipendenza, le paure o la scarsa autonomia del figlio.
Il percorso con il figlio ha come scopo invece il rafforzamento dell’autostima, la maturazione della personalità verso una maggiore autonomia. Cimentandosi in nuove esperienze la persona potrà migliorare la propria capacità di affrontare le paure, le novità e i problemi quotidiani.
Si tratta di un percorso che richiede tempo e deve passare per una prima fase di affiancamento con il terapeuta che poi aiuterà la persona a staccarsi gradualmente.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Categorie: Schemi disfunzionali

Le trappola dell' iperprotezione (2° parte)

foresta iperprotezione

Perchè avviene
I genitori possono assumere uno stile educativo iperprotettivo per motivi diversi derivanti dalla propria educazione o da esperienze di vita.

A volte l’iperprotezione può essere dovuta a un tentativo di essere un genitore perfetto come compensazione di carenze vissute nella propria infanzia.
Se ad es. il genitore era stato maltrattato da piccolo, (in alcuni casi) potrà sentire un senso di responsabilità molto forte nei confronti di suo figlio che si manifesterà sottoforma di iperprotezione.
Anche esperienze del genitore come ad es. la perdita di un fratello possono portarlo a pensare che il figlio debba essere protetto e controllato costantemente.

Altre volte i genitori iperprotettivi sono stati anch'essi allevati con questo stile educativo e lo ripetono con i figli.
Anche un bambino di carattere timido e pauroso può favorire un atteggiamento iperprotettivo, preoccupato o controllante da parte del genitore. Questi atteggiamenti andranno nel tempo ad aumentare l’insicurezza del bambino.

L’iperprotezione in realtà nasce da un bisogno dei genitori
: ridurre il proprio timore che gli accada qualcosa, soddisfare il proprio bisogno di controllo o sentire di essere stati genitori ideali.
Il bambino, infatti, ha certamente bisogno di protezione ma allo stesso tempo gli si deve permettere di esplorare l’ambiente in modo autonomo pur facendo affidamento sulla presenza del genitore.

Come si manifesta
L’iperprotezione si può manifestare sottoforma di preoccupazione da parte del genitore circa la possibilità che accada qualcosa di negativo al bambino.
Il genitore percepisce il mondo come pauroso e pericoloso e tende ad allertarsi non appena il figlio si allontana o fa qualcosa da solo.
La paura si trasmette al bambino attraverso la percezione dell’ansia del genitore, attraverso la sua presenza costante nelle situazioni nuove e attraverso frasi come “fai attenzione! Non allontanarti”.
In questa forma di iperprotezione il bambino sviluppa un senso di vulnerabilità che può riguardare l’aspettativa che l’ambiente sia pericoloso o che i pericoli possano arrivare dal proprio corpo (malattie, problemi fisici ecc..). Il bambino può inoltre sviluppare una fobia per tutto ciò che è nuovo.
Se dovessimo trasformare quanto detto in una convinzione potremmo dire: “l’ambiente è pericoloso, per questo i miei genitori mi stanno sempre vicino, da solo non saprei affrontare e superare questi pericoli”.

Accanto a questa prima forma di iperprotezione, ne abbiamo un’altra che nasce invece dal bisogno del genitore di proteggere il bambino da ogni frustrazione.
In questo caso il genitore si sostituirà al bambino (e poi all’adolescente) nella risoluzione dei problemi e si impegnerà a non fargli provare emozioni spiacevoli legate agli insuccessi e alle difficoltà.
Il bambino apprenderà la dipendenza dagli altri e si aspetterà un costante sostegno e aiuto dagli altri ogni volta che si troverà in difficoltà. Inizierà a percepirsi come incapace di affrontare i problemi da solo.
Proviamo anche in questo caso a trasformare quanto detto in una convinzione: “i miei mi stanno sempre vicino, senza di loro non potrei risolvere i problemi, sono fragile e incapace”.

Un’ultima forma di iperprotezione è più legata al controllo e a un atteggiamento colpevolizzante e invischiante da parte del genitore.
In questo caso il genitore ha bisogno di controllare la vita del figlio in ogni suo aspetto, spesso perchè è il genitore stesso a sentirsi bisognoso del figlio.
A quest’ultimo viene dato un amore condizionato all’accettazione del controllo.
Il genitore tende ad essere eccessivamente presente nella vita e nelle scelte del figlio non permettendogli di maturare e differenziarsi secondo le sue peculiari caratteristiche.

Questo atteggiamento porta il figlio ad assumere un atteggiamento passivo di non scelta, di confusione e dubbi circa le proprie preferenze oltre a un’attenzione eccessiva al pensiero e agli stati d’animo del genitore.
Una convinzione che potrebbe rappresentare quanto detto è: “Devo chiedere consiglio ai miei genitori per ogni cosa che penso e faccio, altrimenti farei loro del male”.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Categorie: Schemi disfunzionali

La trappola dell'iperprotezione (1° parte)

iperprotezione

Immaginiamo di adottare un passerotto appena nato, di allevarlo in casa, di procurargli il cibo e di coccolarlo spesso. Il simpatico animale si abituerà a vivere nella nostra abitazione e in nostra presenza.
Ora immaginiamo, dopo tre anni di liberarlo in un bosco. Cosa capiterà al nostro amico?
Probabilmente ci cercherà disperatamente e tenterà di ritornare nel posto in cui viveva. Senza dubbio avrà parecchie difficoltà a sopravvivere, trovare il cibo ed evitare di diventare lui stesso cibo per i gatti. Rischierà di morire perchè nel corso dei suoi primi anni di vita non ha fatto esperienza di ambienti diversi e potenzialmente pericolosi.

Questo esempio ci aiuta a capire cosa può accadere a persone che passano la propria infanzia e adolescenza (e a volte anche età adulta) in un ambiente troppo protettivo.

Nella nostra società tende ad essere sottovalutato il pericolo di un approccio genitoriale iperprotettivo. Se siamo tutti d’accordo che genitori maltrattanti e abusanti danneggiano il bambino, più difficile è far passare il concetto che il bambino possa essere indebolito da troppe attenzioni e protezione.

L’iperprotezione non viene infatti di solito descritta come pericolosa ma è spesso giustificata e confusa con l’amorevolezza.
In realtà questo atteggiamento genitoriale non permette al figlio di sviluppare quegli anticorpi e quella autonomia di cui avrà bisogno per affrontare le difficoltà della vita.

Alcuni anni fa, mi colpì leggere una ricerca condotta sui “figli della crisi” del 1929 negli Stati Uniti.
Nel 1929, come è noto ci fu un periodo di forte crisi economica negli USA con il crollo della borsa di Wall Street e gravi ripercussioni economiche e sociali sulle famiglie americane dell’epoca.

Nella ricerca in questione, si voleva analizzare l’impatto della crisi sulle giovani generazioni che erano state investite direttamente dall’improvvisa caduta in povertà della propria famiglia.
Seguendo queste persone per anni e confrontando l’evoluzione delle loro vite con quella di coetanei che non erano stati toccati dalla crisi i risultati furono soprendenti: i bambini la cui vita era stata resa difficile dalla crisi, una volta adulti, avevano raggiunto ruoli di maggiore prestigio e successo rispetto ai loro coetanei non coinvolti nel problema.

Sembra che le gravi e improvvise difficoltà familiari avessero spinto le persone a darsi da fare e a rendersi autonome permettendo loro di affrontare con più efficacia le sfide in età adulta.

Nei prossimi due post vedremo perchè i genitori possono essere troppo protettivi, come si manifesta questo stile educativo e quali conseguenze comporta. Infine vedremo come può essere affrontata con una terapia cognitivo comportamentale.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Dott. Enrico Parpaglione, psicologo.

Riceve su appuntamento in via Vassalli Eandi n. 27 a Torino.

Cell: 349-4064593
e-mail: studio@psicologo.torino.it

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