Pagine: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 ... 21 >>

29/08/10

Psicologia delle sport per migliorare la performance sportiva

tennis

Oggi vedremo di cosa si occupa la psicologia sportiva e proveremo a sfatare alcuni miti sul suo conto.

Rispetto a qualche anno fa, gli atleti sono sempre più consapevoli di quanto sia importante la componente mentale nel raggiungimento di una performance ottimale.
Ogni sportivo ha sperimentato che l’allenamento fisico non è sufficiente a far bene: se la mentalità non è quella giusta la performance non sarà eccellente!
Persino i giornalisti sportivi, descrivendo le gare, usano spesso termini psicologici come “motivazione”, “convinzioni”, “emozioni” tentando di spiegare la differenza tra performance sportive più o meno positive.

L’interesse degli sportivi verso la psicologia nasce, oltre che da una maggiore informazione e ricerca sul tema, anche da esperienze personali molto diverse:
- alcuni atleti si rendono conto che le loro performance altalenanti sono più legate all'emotività che alla condizione fisica;
- per altri la performance ottenuta in allenamento viene raramente ripetuta in gara;
- altri ancora sono alla continua ricerca di strumenti per migliorarsi e pensano che lavorare sul proprio stato mentale li possa aiutare.

Se da un lato la psicologia dello sport suscita un interesse sempre maggiore, dall'altro alcuni sportivi associano alla parola "psicologia" dubbi e timori.

Lo psicologo dello sport poi mi psicoanalizza. La psicologia non è psicoanalisi, non si tratta di un intervento di indagine o di cura non richiesta e non necessaria. Si tratta di una consulenza orientata al concreto trasferimento di abilità di mental training e alla loro applicazione per il miglioramento dell'attuale performance sportiva.

Cambierà la mia personalità? No. Potrà cambiare la prospettiva con cui affronti le gare, potranno cambiare anche alcuni comportamenti ed emozioni. Una consulenza di questo tipo non ha lo scopo di creare cambiamenti “profondi”. Lo scopo è permetterti di migliorare sfruttando la tua personalità.

Diventerò dipendente dallo psicologo dello sport? Al contrario apprendere delle tecniche ti permette di renderti più autonomo rispetto alle rassicurazioni esterne. La tua performance non deve dipendere dalla presenza o assenza di altre persone (compresi motivatori, coach ecc...) altrimenti ti stai indebolendo. Naturalmente le squadre e gli atleti più importanti hanno psicologi nel loro staff ma hanno anche allenatori, medici, massaggiatori ecc..

Se imparo queste tecniche vinco? Queste tecniche non ti garantiscono di vincere ma ti possono aiutare a migliorare le tue performance. Vincere e ottenere una buona performance non sono la stessa cosa. La vittoria è influenzata da molteplici fattori che non dipendono da te, migliorare la tua performance invece vuol dire vincere con se stessi: questo dipende da te!

Prossimamente parlerò di alcuni aspetti di cui si occupa la psicologia dello sport.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

Puoi condividere l'articolo cliccando su Sharethis

06/07/10

Permalink , da admin Email , 667 parole   Italia
Categorie: Coaching

Come motivarsi ad essere vincenti nella sconfitta

arcobaleno

Nella vita, come nello sport, non esiste solo la vittoria, ma anche le sconfitte, situazioni nelle quali non riusciamo a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissi e nelle quali le nostre aspettative vengono deluse.

Se osserviamo come le persone affrontano questi eventi di vita possiamo dire che: siamo tutti in grado di affrontare le emozioni positive legate ad una vittoria....più complicato è accettare le emozioni negative legate alla sconfitta!

Alcune persone in seguito ad una sconfitta acquisiscono nuove strategie, nuova motivazione ed energie per ripartire alla carica. Per altre una sconfitta si trasforma nell’ essere dei perdenti, questo le porta a demotivarsi e ad adottare un atteggiamento negativo nell'affrontare le esperienze successive.

La scelta di una risposta più o meno costruttiva a una situazione di sconfitta è dettata dalle nostre esperienze e dalla visione che abbiamo di noi stessi e degli altri.
La lente attraverso cui guardiamo il mondo, ovvero le nostre convinzioni, ci farà apparire una sconfitta come causata da diversi fattori sui quali abbiamo più o meno controllo e questo inciderà sulle nostre emozioni!

Certamente nello strutturare le nostre convinzioni ha un ruolo importante l’educazione che abbiamo ricevuto e il contesto sociale in cui viviamo. Tuttavia lavorando per riconoscere e modificare queste convinzioni possiamo modificare e rendere più funzionale la lente attraverso la quale valutiamo i successi e fallimenti.

Ma torniamo a quanto dicevamo in precedenza: non tutti sappiamo perdere! Quando qualcosa non va per il verso giusto alcuni di noi iniziano ad insultare mentalmente se stessi. Ritengono che sia la cosa giusta da fare punirsi per un fallimento!

Il dialogo interno (le frasi che mentalmente la persona dice a se stessa) possono variare, ma il contenuto più o meno è lo stesso: "se hai sbagliato non vali niente, ti devi vergognare, fai sempre brutte figure, tutto per colpa tua, non ne fai una giusta..."

Se anche a te è capitato di parlarti in questo modo in seguito a qualcosa che non è andata come volevi, prova a farti la seguente domanda.

Come motiveresti un bambino che ha perso una partita di calcio importante e a cui teneva?
Immagina di vederlo triste dopo la partita, si è allenato tutto l’anno per questo evento ma non è riuscito a dare il massimo e alla fine ha perso.

Spesso a questa domanda le persone rispondono: ascolterei il suo disagio ma poi cercherei di ricordargli le volte in cui ha fatto bene in modo da rimotivarlo per la partita successiva.

Le stesse persone che con gli altri utilizzerebbero questa strategia compassionevole e supportiva, con se stesse usano la critica e la punizione!

A volte, in verità, un atteggiamento punitivo verso di sè può portare ad un aumento dell’impegno, ma questo a costo di rovinare la propria autostima e il rapporto con se stessi.

Torniamo all’esempio del nostro bambino che ha perso la partita e immaginiamo di andare vicino a lui con atteggiamento severo e dirgli: “sei un incapace, mi hai deluso, e io che avevo grandi aspettative su di te!”.
Come si sentirà il bambino la prossima partita che giocherà? Ha tre possibilità, farsi scivolare addosso la nostra affermazione (ma immaginiamo di essere una figura di riferimento per il bambino e che questo non accada), prenderla per vera oppure cercare di dimostrarci che non è così.
Se il bambino prenderà per vera la nostra affermazione quando inizierà a giocare sarà svogliato e demotivato, magari penserà che sta giocando ma è inutile perchè è incapace.
Se invece cercherà di dimostrare che abbiamo torto giocherà con tutte le sue forze, ma con ansia, con la paura di essere nuovamente punito per un fallimento.

Ricordiamoci che la punizione può incrementare la performance ma aumenta anche la nostra ansia da prestazione e le nostre emozioni negative oltre a ridurre l'autostima. I rinforzi positivi (le frasi positive che ci diciamo, la compassione verso noi stessi, le ricompense che ci regaliamo ecc..), aumentano la nostra performance e il piacere di partecipare!

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

Puoi condividere l'articolo cliccando su Sharethis

24/05/10

Libri di autoaiuto quali scegliere?

mela libri

Il primo passo per superare un problema psicologico è conoscerlo. In questo percorso un semplice libro può essere di grande aiuto.
Tuttavia è difficile selezionare i testi giusti in mezzo ad un eccesso di informazioni, non sempre pertinenti ed accurate da un punto di vista scientifico. Questo purtroppo crea confusione nelle persone e capita che problemi risolvibili (seguendo percorsi adeguati) nel giro di mesi, vengano trascinati per anni a causa di informazioni assenti o errate.

Qui di seguito elenco alcuni libri di autoaiuto che si sono rivelati utili per aiutare le persone a conoscere e ad affrontare problematiche di ansia, depressione, schemi di personalità disfunzionali.
Possono anche aiutare i parenti delle persone che soffrono di queste problematiche a supportarli efficacemente.

“Vincere le ossessioni. Capire e affrontare il disturbo ossessivo compulsivo”. Gabriele Melli (2006) Ecomind.
Il DOC è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi. Il testo di Melli ci introduce in modo graduale e concreto alla comprensione e all'apprendimento di strategie per combattere questo problema invalidante.
L’approccio del libro è cognitivo comportamentale, una delle psicoterapie più efficaci e veloci per curare questa problematica.

Vincere l’ansia per negati”. Elliott Charles H. - Smith Laura (2006) Mondadori
Un titolo ironico per un ottimo testo, tradotto dalla collana di manualistica “For Dummies” della casa editrice statunitense John Wiley & Sons.
Il testo è scritto in modo pratico e fornisce strumenti concreti per affrontare l’ansia grazie a teniche cognitivo comportamentali. Un utile strumento da conservare nella propria biblioteca.

La depressione. Che cosa è e come superarla” (2004) Avverbi.
Questo testo, scritto da un team di terapeuti cognitivo comportamentali ha il pregio di trattare un tema difficile come la depressione con chiarezza e semplicità. Il testo contiene inoltre alcune schede di lavoro che possono essere utili sia come supporto ad una terapia che a casa.

La depressione bipolare”. Gianfranco Graus (2007) Eclipsi.
La depressione bipolare è un disturbo particolarmente insidioso caratterizzato da oscillazioni dell’umore che sono per chi ne soffre fonte di profondo disagio.
Questo libro descrive i fattori psicologici e biologici alla base del disturbo e i tipi di trattamento attualmente disponibili.
Utili anche le raccomandazioni per i familiari e gli amici del paziente.

Reinventa la tua vita”. Young Jeffrey, Klosko Janet (2004) Raffaello Cortina
Un libro molto interessante per chi sente il peso della propria storia nella vita di tutti i giorni. Gli autori ci aiutano a capire quali sono le trappole che ci tengono ancorati a schemi cognitivo-comportamentali ed emotivi passati.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

Puoi condividere l'articolo cliccando su Sharethis

30/04/10

Permalink , da admin Email , 711 parole   Italia
Categorie: Schemi disfunzionali

La trappola della sfiducia

fiducia

Nutrire un sentimento di fiducia verso gli altri è un prerequisito fondamentale per creare relazioni sane e soddisfacenti.
Se siamo “fiduciosi” avremo aspettative positive come: “fino a prova contraria le persone sono degne di fiducia, se ho prove concrete che una persona non lo sia, deciderò se mantenere o meno questa relazione ma questo non cambierà la visione che ho degli altri”.

Questa convinzione può essere vantaggiosa, infatti se diamo fiducia alle altre persone e ci relazioniamo con autenticità e senza difese, sarà più probabile che agiscano tenendo conto dei nostri bisogni.
L'aspettativa positiva, per essere utile, deve però essere flessibile, ovvero dobbiamo essere in grado di modificarla a seconda delle persone che abbiamo davanti, altrimenti rischiamo di diventare ingenui!

Una persona che in modo naturale, nel corso della sua età adulta nutre aspettative positive nei confronti degli altri ha di solito avuto nel corso della sua infanzia e adolescenza un “bilancio in attivo” tra esperienze positive e negative nei rapporti con le altre persone.
Questo non significa che non abbia avuto esperienze relazionali “negative”, significa piuttosto che la quantità e qualità delle esperienze positive lo ha aiutato a non attribuire un valore negativo alle relazioni con gli altri.

Le persone che al contrario hanno difficoltà a fidarsi degli altri, nel corso della loro infanzia e adolescenza hanno vissuto condizioni di abbandono, abuso fisico o psicologico oppure hanno avuto figure di riferimento che mostravano atteggiamenti critici e sospettosi verso gli altri.
Se non abbiamo fiducia negli altri penseremo che “fino a prova contraria, le altre persone non sono degne di fiducia ed è necessario difendersi per evitare di essere danneggiati”.

Inoltre, a causa di questa convinzione avremo più difficoltà a creare e a mantenere i rapporti con le altre persone e tenderemo ad attuare schemi comportamentali coerenti con le nostre aspettative ed emozioni.

Processi cognitivi
Se sono convinto che le persone mi danneggeranno, sarò spesso sulla difensiva.
Probabilmente proverò a crearsi aspettative precise circa il modo in cui gli altri si dovrebbero comportare e interpreterò ogni comportamento non conforme ad esse come un indice di scarsa affidabilità della persona.
Ad es. la mia aspettativa: “se una persona ti ama deve essere sempre presente” mi porterà a confermare la sfiducia verso una persona che non risponde immediatamente ad un sms.
L’interpretazione di un segnale che può avere molti significati (nell’es. la persona può essere impegnata, aver dimenticato il cellulare ecc..) come prova del fatto che la persona “non è degna di fiducia” è un processo cognitivo noto come inferenza arbitraria.
Un altro processo cognitivo che la persona può mettere in atto è l’attenzione eccessiva alle piccole incongruenze (lapsus, versioni di un racconto leggermente diverse, dimenticanze) che le persone possono fare quando parlano di sè.
Anche in questo caso questi piccoli errori possono essere usati come prova che non ci si può fidare dell’altro.

Comportamenti
Quando si attiva lo schema della sfiducia la persona può assumere comportamenti ipercontrollanti oppure evitanti. Esempi di comportamenti di controllo sono: provare a richiamare più volte al telefono una persona che non ci risponde, fare domande “a trabocchetto” provando a cogliere in fallo l’interlocutore, controllare gli spostamenti e le comunicazioni dell’altra persona.
Altre volte la persona che non ha fiducia mette in atto un comportamento di evitamento nei confronti delle relazioni con amici o partner. In alcuni casi l’evitamento è verso sconosciuti, ad es. se ho l’aspettativa che gli altri siano aggressivi cercherò di evitare il contatto oculare con loro.

Le emozioni
Le emozioni che la persona prova sono di solito intense ed altalenanti: può esserci una forte rabbia nel momento in cui si sente tradita, altre volte prevalgono sentimenti depressivi o di vergogna.
Quando la persona intraprende i controlli può essere guidata da una forte ansia.

Per cosa si attiva la sfiducia

La sfiducia può essere attivata anche da situazioni molto diverse tra loro.
Alcune persone hanno l’aspettativa che le persone con le quali hanno legami stretti le abbandoneranno (schema abbandonico).
Altre si aspettano che gli altri siano pronti a ingannarli e usarli e ritengono per questo di dover stare costantemente in allerta.
Per altri le persone sono invece critiche e la paura è quella di essere umiliati e derisi se ci si mostra deboli.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

Puoi condividere l'articolo cliccando su Sharethis

Tags: sfiducia

23/04/10

Permalink , da admin Email , 388 parole   Italia
Categorie: Dipendenze, Gioco d'azzardo

Quando il gioco d'azzardo diventa patologico

gioco azzardo

Il gioco d’azzardo è una pratica comune e presente in molte culture. La maggior parte delle persone nel corso della propria vita partecipa a qualche forma di gioco d'azzardo ma riesce comunque a limitare la propria attività di gioco entro limiti accettabili.

In alcuni casi si assiste al contrario ad una difficoltà a controllare il proprio comportamento di gioco fino alla creazione di una vera e propria dipendenza con gravi conseguenze sulla propria vita relazionale e lavorativa.

Il DSMIV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) propone di diagnosticare gioco d’azzardo patologico quando il clinico individua almeno 5 dei seguenti “sintomi”:

1) un totale assorbimento nel gioco, la persona passa il suo tempo a pensare al gioco o a rivivere mentalmente esperienze legate al gioco;
2) la ricerca di emozioni forti di eccitamento ed euforia attraverso il rischio affrontato nel corso del gioco, il bisogno di sottoporsi a rischi maggiori nel corso del tempo per provare le stesse sensazioni;
3) difficoltà a interrompere, controllare, ridurre il proprio comportamento di gioco;
4) irrequietezza o irritabilità se il gioco viene interrotto;
5) tendenza a giocare per non sentire emozioni negative (ansia, tristezza, colpa ecc..);
6) tendenza a rincorrere le perdite per lunghi periodi, cercare cioè di recuperare i soldi persi aumentando rendendo più frequente e dispendioso il gioco;
7) mentire ai propri familiari, amici, conoscenti circa il proprio coinvolgimento nel gioco;
8) ricerca di denaro attraverso comportamenti illeciti;
9) mettere a repentaglio il lavoro, le relazioni, l’istruzione personale;
10) fuggire per evitare di affrontare i problemi finanziari causati dal gioco.

Nei casi in cui siano riscontrabili meno di 5 sintomi possiamo parlare di giocatore problematico, si tratta di persone che pur non dipendendo ancora pesantemente dal gioco, tendono ad eccedere e a perdere ingenti cifre al gioco.

Nella popolazione italiana la presenza di giocatori patologici è tra l’1 e il 3%. Tra le varie tipologie di gioco si va diffondendo sempre di più il gioco da remoto, tramite la connessione ad internet.
Questo modalità di gioco è particolarmente pericolosa per la facilità con cui permette di accedere al gioco, per la possibilità di giocare in ogni momento della giornata e per la facilità con la quale si può nascondere il proprio comportamento ad amici e familiari. Prossimamente parleremo dei meccanismi psicologici alla base del gioco d’azzardo patologico e delle terapie disponibili.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

Puoi condividere l'articolo cliccando su Sharethis

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 ... 21 >>

Dott. Enrico Parpaglione, psicologo.

Riceve su appuntamento in via Bligny 9 a Torino.

Cell: 349-4064593
e-mail: studio@psicologo.torino.it

Prima di aggiungere un commento è necessario prendere visione e approvare l'informativa sulla privacy.

P.iva 09620460015

Cerca

Articoli Attinenti

Feeds XML

powered by b2evolution