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01/05/08

Efficacia dei trattamenti per la salute mentale

In questo post ho pubblicato alcuni dati disponibili sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità sull'efficacia dei trattamenti per la salute mentale.

Interventi psicosociali di provata o probabile efficacia in Clinical Evidence (CE), in Roth e Fonagy (RF) e per la American Psychological Association (APA).
Gli psicofarmaci sono considerati solo in CE. Nelle psicoterapie cognitivo comportamentali sono state incluse anche terapie prevalentemente comportamentali e varianti come la terapia dialettico-comportamentale. Non tutti gli interventi sono stati presi in considerazione in CE.

ABUSO DI ALCOL (non trattato in CE)
Terapie efficaci
• Terapia cognitivo comportamentale mirata ad aumentare l’adattamento sociale (APA, RF)
• Brevi interventi educativi, inclusa l’intervista motivante (APA, RF).

ANORESSIA E BULIMIA NERVOSA
Terapie efficaci
• Terapia cognitivo comportamentale (APA, RF; solo probabilmente efficace per CE)
• Terapia eclettica (APA, RF)
• Terapia familiare (solo per RF e solo per anoressiche giovani)
• Efficaci ma solo nel ridurre i sintomi e nel breve termine: Farmaci antidepressivi triciclici e fluoxetina
Probabilmente efficaci
• Terapia interpersonale (CE e RF e solo per bulimia)
Probabilmente inefficaci o dannosi (solo per anoressia)
• Antidepressivi triciclici (CE)
• Neurolettici che aumentano l’intervallo QT (CE)
• Ciproeptadina (CE)
• Cisapride (CE)

DEMENZA (non considerata da APA)
Efficaci
• Interventi psicosociali per i familiari (RF)
• Donezepil (sintomi neurocognitivi)
• Galantamina (sintomi neurocognitivi)
Probabilmente efficaci
• Terapia di orientamento alla realtà (su sintomi neurocognitivi e comportamentali) (CE, RF)
• Estrogeni (sintomi neurocognitivi)
• Selegilina (sintomi neurocognitivi)
• Ginko biloba (sintomi neurocognitivi)
• Risperidone (sintomi psicotici e dei disturbi del comportamento)
• Olanzapina (sintomi psicotici ed agitazione)
• Carbamazepina (disturbi comportamentali)
• Valproato di sodio (disturbi comportamentali)
Bilanciamento tra benefici e danni
• Rivastigmina (per sintomi neurocognitivi nell’Alzheimer)
• Fisostigmina (idem)

DEPRESSIONE
Efficaci
• Psicoterapia cognitivo-comportamentale (nella depressione lieve o moderata) (CE, RF, APA)
• Psicoterapia interpersonale (nella depressione lieve o moderata) (CE, RF, APA)
• Antidepressivi triciclici e tetraciclici
• Inibitori delle monoamino ossidasi (IMAO)
• Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)
• Terapia elettroconvulsivante nei pazienti con gravi forme depressive che non rispondono ai farmaci
• Trattamento continuato con antidepressivi per la riduzione del rischio di recidiva
Probabilmente efficaci
• Terapia basata sulla soluzione di problemi (nella depressione lieve o moderata) (CE, APA)
• Terapia psicodinamica strutturata breve (RF, APA)
• Combinazione di farmaci e psicoterapia (anche nella depressione grave) (CE)
• Iperico (nella depressione lieve o moderata)

DISFUNZIONI SESSUALI E TERAPIA DI COPPIA (non considerate da CE)
Efficaci
• Psicoterapia cognitivo comportamentale per impotenza e vaginismo) (APA, RF)
Probabilmente efficaci
• Tecniche comportamentali per l’eiaculazione precoce (APA, RF)

DISTURBI D’ANSIA (ANSIA GENERALIZZATA, FOBIE CON E SENZA ATTACCHI DI PANICO, DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS)
Efficaci
• Ansia generalizzata, attacchi di panico e fobie: Psicoterapia cognitivo-comportamentale (RF, APA); CE considera questo trattamento solo probabilmente efficace per l’ansia generalizzata e non lo ha ancora preso in esame per attacchi di panico e fobie
• Terapia del disturbo post-traumatico da stress: psicoterapia cognitivo comportamentale (CE,APA, RF); EMDR (CE; solo probabilmente efficace per APA)
• Prevenzione del disturbo post-traumatico da stress dopo trauma: Psicoterapia cognitivo comportamentale in più incontri nelle persone con disturbo acuto da stress (CE)
• Attacchi di panico: Antidepressivi triciclici e inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina
• Disturbo post-traumatico da stress: sertralina; paroxetina
Probabilmente efficaci
• Fobia del sangue: Applicazione di tensione ed esposizione (RF)
• Terapia del disturbo post-traumatico da stress: terapia psicodinamica strutturata (RF)
• Ansia generalizzata: Buspirone; alcuni antidepressivi
Bilancio benefici e danni da valutare individualmente
• Benzodiazepine (comunque per breve durata)
• Kava

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
Efficaci
• Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CE, APA, RF)
• Inibitori della ricaptazione della serotonina
• Farmaci (fluvoxamina) più terapia comportamentale
Probabilmente efficaci
• Antipsicotici aggiuntivi in pazienti che non rispondono ai soli inibitori della ricaptazione della serotonina

DISTURBI DI PERSONALITÀ
Efficaci
• Addestramento alle abilità sociale (solo per il disturbo di personalità evitante) (APA, RF)
• Psicoterapia comportamentale dialettica (APA, RF)
Probabilmente efficaci
• Psicoterapia psicodinamica (RF)

SINDROME DA FATICA CRONICA (solo CE)

Efficaci
Esercizio aerobico graduale (CE)
Psicoterapia cognitivo comportamentale (CE)
Probabilmente inefficaci
Riposo prolungato (CE)
Immunoterapia (CE)

SCHIZOFRENIA
Efficaci
• Interventi familiari psicoeducativi-comportamentali, anche di gruppo, per ridurre le recidive
(CE, APA, RF)
• Interventi psicoeducativo-comportamentali coi pazienti, anche di gruppo, per ridurre le recidive
• Terapia di mantenimento con farmaci per 6-9 mesi dopo episodio acuto
• Clozapina nei pazienti resistenti ai farmaci tradizionali
Probabilmente efficaci
• Psicoterapia cognitivo-comportamentale dei sintomi psicotici resistenti ai farmaci (CE, APA, RF)
• Addestramento alle abilità sociali (RF, APA)
• Inserimento lavorativo con sostengo (APA)
Bilancio benefici e danni da valutare individualmente
• Vari antipsicotici (aloperidolo, aloperidolo decanoatao depot, clorpromazina, loxapina, molindone, pimozide, pipotiazina palmitato depot, olanzapina, quetiapina, risperidone, ziprasidone, zotepina, sulpiride, tioridazina, clozapina)
Probabilmente inefficaci
• Intervento familiare solo informativo per migliorare l’adesione al trattamento

INTERVENTI NELL’INFANZIA (solo depressione e ADHD per CE)
Efficaci
• Depressione: psicoterapia cognitivo-comportamentale (nella depressione lieve e moderata)
• Enuresi e enconpresi: terapia comportamentale (APA, RF)
• Disturbo oppositivo-aggressivo: terapia cognitivo comportamentale e formazione dei genitori (APA, RF)
• Fobia della scuola: esposizione rapida (RF)
• Disturbi pervasivi dello sviluppo: terapia comportamentale dei comportamenti indesiderati (RF)
Probabilmente efficaci
• Depressione: psicoterapia interpersonale
• Disturbi d’ansia generalizzata: psicoterapia cognitivo comportamentale e psicoterapia
psicodinamica
• Disturbi ossessivo compulsivi: psicoterapia cognitivo comportamentale
• ADHD: psicoterapia multimodale a lungo termine (RF)
• ADHD: Metilfenidato, desamfetamina, metilfenidato più terapia comportamentale (CE)
Bilancio tra benefici e danni
• Depressione: Inibitori selettivi della serotonina
Probabilmente inefficaci o dannosi
• Triciclici

Fonte: "Efficacia degli interventi, profili professionali e qualità in salute mentale" Pierluigi Morosini, Antonella Gigantesco, Fiorino Mirabella, Angelo Picardi. Centro di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute Istituto Superiore di Sanità, Roma
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Nell'ambito psicologico e psicoterapeutico è fondamentale la creazione di una buona relazione terapeutica che permetta di affrontare insieme i problemi e superarli.
Risulta pertanto importante che il clinico sia disposto ad accogliere, ascoltare, sostenere e motivare il paziente verso i suoi obiettivi di conoscenza e cambiamento personale.
Allo stesso modo è però fondamentale che il clinico si tenga aggiornato e utilizzi strumenti di intervento efficaci.
L'informazione sull'efficacia degli strumenti di intervento, per ragioni diverse, arriva al pubblico e talvolta agli stessi operatori con difficoltà.

Spero che la pubblicazione di questi dati possa essere utile nell'orientare le scelte sia dei clinici che degli utenti in modo che entrambi possano optare per percorsi alternativi in risposta a problematiche diverse.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

28/04/08

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Categorie: Training assertività-autostima

L'espressione assertiva del disaccordo

lago

Abbiamo visto nel post precedente come per alcune persone possa essere un problema esprimere il proprio disaccordo rispetto a quanto viene detto.

Per alcune persone il problema è superare la paura del giudizio o il timore di offendere e ferire gli altri. Altre persone temono invece di non riuscire a gestire la rabbia e di perdere il controllo aggredendo l’altro. In altri casi il disaccordo viene espresso ma in modo inappropriato, creando chiusura e opposizione nell’interlocutore.

In questo post, attraverso la descrizione di un caso, vedremo quali siano i prerequisiti per una buona gestione del processo di disaccordo.

Cristina è una ragazza di 19 anni che si trova in un momento importante della sua vita: la scelta dell’università.
A lei piacerebbe molto studiare lettere, tuttavia i genitori vedono in lei un futuro medico.

Mamma di Cristina: “io e papà ci siamo informati e abbiamo visto che i termini per l’iscrizione al test di medicina stanno per scadere, domani andiamo a prenderti il modulo così fai subito l’iscrizione. Sarà meraviglioso quando diventerai medico, non è vero?

Cristina tace, non è quella la sua strada ma teme di deludere le aspettative dei genitori, non trova le parole per esprimere ciò che desidera realmente.

Il caso di Cristina ci suggerisce una domanda: quali aspetti rendono difficile l’espressione del disaccordo?

- Gli schemi e le convinzioni: ad es. se Cristina ha uno schema di Sacrificio di sè, sentirà un forte impulso a fare come dicono i genitori per timore di farli stare male.
Un lavoro psicologico mirato a individuare e rendere più flessibili gli schemi disfunzionali permette di ridimensionare le aspettative irrealistiche sulle conseguenze di una propria presa di posizione.

- Il dialogo interno: con dialogo interno intendiamo come Cristina si parla, come risponde ai propri pensieri automatici negativi. Se Cristina si dice: “non posso assolutamente deluderli” o “non è un mio diritto scegliere cosa fare”, difficilmente riuscirà ad esprimere assertivamente il proprio punto di vista.
Imparare a competere con i propri pensieri negativi è un altro passo importante per riuscire ad affrontare le situazioni nelle quali è necessario affermare ciò che si pensa e discordare dalle opinioni altrui.

- L’attivazione emotivo-fisiologica: quando Cristina pensa di dover spiegare a sua madre come la pensa veramente, prova ansia, il suo cuore batte più forte e si sente un nodo in gola. Questa emozione e queste risposte fisiologiche contribuiscono a spingerla verso l’evitamento del confronto.
Le tecniche di rilassamento e autocontrollo e quelle di autoapertura ci aiutano a gestire e ad esprimere le nostre emozioni e sensazioni in modo da poter sostenere un dialogo con maggiore sicurezza.

- Insicurezza sulle modalità con cui comunicare il proprio punto di vista. Non aver chiaro come esprimere il nostro punto di vista è un ulteriore ostacolo in situazioni difficili. Ci viene incontro in questo senso la tecnica di affermazione del disaccordo proposta dall’assertività che vedremo qui di seguito.

Vediamo i passaggi con cui è possibile discordare da un punto di vista altrui senza entrare in opposizione.
a) Affermare-parafrasare
b) Attenuare
c) Chiarire cosa si intende fare
d) Dichiarare le ragioni
e) Discordare
f) Mediar
e

a) Prima di discordare occorre far capire all’altra persona che la stiamo ascoltando. Questo permette di mettere l’altra persona in una dimensione di ascolto evitando che si barrichi sulle proprie posizioni.

Cristina potrebbe dire a sua mamma, usando l’affermazione e la parafrasi: ”sì, capisco che tu e papà vogliate recuperare i moduli perchè desiderate che io faccia medicina

b) Attenuare significa contestualizzare il punto di vista della persona con cui si vuole discordare.
Questa operazione permette di ricordare a noi stessi e al nostro interlocutore che si stanno esprimendo punti di vista, non “verità assolute”.
Cristina potrebbe attenuare dicendo: “so che siete stati sempre interessati alla medicina”.

c) Chiarire il processo, vuol dire introdurre l’espressione del proprio punto di vista.
Cristina: “ora però vorrei dirvi come la penso io”.

d) Dichiarando le ragioni Cristina esprime il proprio punto di vista: “desidero iscrivermi a Lettere”.

e) Infine, è possibile discordare. Cristina: “quindi non posso essere d’accordo con voi”.

g) Un ulteriore passaggio, che va preso in considerazione laddove sia necessario arrivare a un punto di vista condiviso, è la mediazione.

In questo post abbiamo visto come l’espressione assertiva di un proprio punto di vista coinvolga nella maggior parte dei casi più livelli del nostro funzionamento psicologico: pensiero, emozioni, risposte fisiologiche, comportamento.
Abbiamo poi approfondito l’utilizzo della tecnica di comunicazione assertiva per l’espressione del disaccordo.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

22/04/08

Permalink , da admin Email , 492 parole   Italia
Categorie: Training assertività-autostima

Le difficoltà nell'esprimere il disaccordo

lago

Quando una persona ci dice qualcosa che non condividiamo possiamo reagire in modi diversi a seconda del nostro stato d’animo, della confidenza che abbiamo nei suoi confronti, del nostro abituale stile comportamentale (passivo, aggressivo, assertivo).

Qui di seguito vedremo alcune possibili risposte anassertive all’ascolto di un’opinione che non condividiamo.

Stare in silenzio
Marta in una riunione di lavoro sta ascoltando la sua collega Paola mentre parla delle operazioni che secondo lei dovranno essere fatte per migliorare la qualità del servizio offerto.
Marta non condivide l’opinione di Paola, ma non si sente in grado di esprimere questo disaccordo.
Si immagina mentre esprime con difficoltà la sua opinione alle persone che la circondano, rossa dalla vergogna. Immagina lo sguardo di disappunto dei colleghi su di lei e lo stupore e il fastidio di Paola per il suo intervento.
Queste fantasie le creano ansia e alla fine evita di parlare: non esprime il suo disaccordo.
L’atteggiamento di Marta è di tipo passivo, le persone che come lei hanno un po’ di ansia sociale tendono a non esprimere le proprie opinioni.

Mostrarsi in accordo anche quando non lo siamo
Federico è un ragazzo di 24 anni che ha difficoltà ad esprimere il proprio disaccordo sia a lavoro con il suo capo che con i suoi amici.
Quando gli viene richiesto un parere si mostra in accordo anche se la pensa diversamente per timore delle reazioni altrui.
Anche in questo caso si tratta di un atteggiamento di tipo passivo, questa modalità si presenta con maggiore probabilità quando ci si trova ad avere a che fare con persone che ci sembrano autorevoli o con più persone che la pensano allo stesso modo.

Mostrare il disaccordo attaccando la persona senza ascoltare
Marco esprime il suo disaccordo in modo estremamente diretto e talvolta aggressivo.
Non è molto attento nell’ascoltare la posizione delle altre persone, prima ancora che finiscano di parlare afferma: “non è vero, non sono per niente d’accordo”.
Altre volte è ancora più aggressivo poichè non attacca solo il contenuto ma anche il suo interlocutore: “non capisci proprio nulla, non è vero quanto dici”.
Esprimere in questo modo il disaccordo porta il nostro interlocutore a barricarsi sulla sua posizione, estremizzandola.
Entrare in opposizione con un punto di vista altrui, oltre a non essere un atteggiamento assertivo, blocca ogni possibile mediazione e fa sì che il nostro punto di vista non venga ascoltato.

Esprimere il disaccordo indirettamente
Silvia è spesso in disaccordo con le opinioni di suo marito ma non se la sente di esprimere il suo punto di vista.
Si rende conto che prova disagio a non esprimere mai la sua opinione e per ridurre questa sensazione di malessere chiama spesso la sua amica Monica e parla male di suo marito con lei.
L’atteggiamento di Silvia è di tipo passivo-aggressivo.

Le risposte che abbiamo visto sono anassertive, nel prossimo post vedremo come l’assertività ci possa aiutare ad esprimere il disaccordo senza entrare in opposizione.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

09/04/08

Il disturbo ossessivo compulsivo è un venditore?

gocce

In precedenza ho descritto il disturbo ossessivo compulsivo e i disagi che arreca a chi ne soffre.
In questo post parlerò delle strategie con cui il doc ci spinge verso la messa in atto di alcuni comportamenti. Il doc può essere paragonato a un venditore che desidera venderci un prodotto ad ogni costo.

In questa sede non parlerò del buon venditore,ovvero di colui che vuole realmente soddisfare un bisogno del cliente e se non può farlo preferisce non vendere.
Farò invece riferimento al venditore sottilmente aggressivo e manipolatore che volutamente crea un disagio nel cliente per in modo che questi sia spinto all'acquisto per ridurre questo disagio (in psicologia comportamentale si parla di rinforzo negativo).
Il venditore in questione vuole vendere a tutti i costi, indipendentemente dal bisogno del cliente.

Immaginiamo che un venditore che appartiene a questa “tipologia” sia intenzionato a venderci un’assicurazione sul furto dell’auto.
Proviamo a pensare a come sarà il suo approccio con noi.
Inizialmente ci farà domande come: “Lei ha un’auto? Da quanto tempo l’ha acquistata? Quando le serve la sua auto? Quanto tiene alla sua auto?”.
Svolgerà cioè un’indagine per acquisire il maggior numero possibile di informazioni su di noi.

In un secondo tempo ci porrà domande che hanno lo scopo di creare incertezza sul fatto che un nostro bisogno fondamentale, quello di sicurezza, sia adeguatamente soddisfatto.
Conosce amici o parenti a cui è stata rubata l’auto? Sa se erano assicurati? Hanno avuto dei disagi? Se le venisse sottratta la macchina che disagi avrebbe? Mi ha detto che lei porta a lavoro sua moglie. Senza macchina riuscirebbe ad andarci?"

Il venditore sta facendo focalizzare l’attenzione del cliente sul “rischio” che corre non proteggendo la sua automobile nuova con un’assicurazione.
Si tratta di un rischio che il cliente, fino a questo momento, ha corso ma non ha mai percepito come tale.
Un altro aspetto su cui il venditore ha insistito è relativo alla sua responsabilità nei confronti della moglie. Ciò che recepisce il cliente è: ”se non mi assicuro mia moglie non potrà andare a lavoro e sarà colpa mia”.
Naturalmente il nostro venditore avrà più presa su coloro che già si sentono poco sicuri e responsabili verso gli altri.
In queste persone l'impatto emotivo della strategia manipolatoria del venditore sarà più forte.

Prima di presentare il suo prodotto, il nostro venditore proseguirà la sua opera di sensibilizzazione: “mi sa dire quante auto vengono rubate ogni giorno? Glielo dico io, guardi qui i dati, sono impressionanti non è vero?

Il cliente è a questo punto pronto per l'offerta: l'ansia fa sì che il cliente non pensi ad altro che a questa eventualità.
Al venditore non resta che chiudere l'affare: “Come abbiamo visto il furto dell’auto è un fatto estremamente diffuso e probabile nella nostra città e per lei sarebbe un disastro subirlo. Ora le mostro come la nostra assicurazione, con una spesa minima la può tutelare da questa drammatica evenienza. Ecco qui il contratto e la penna.

La proposta appare al cliente come un raggio di luce nel buio: grazie ad una "provvidenziale" assicurazione potrà riprendere a dormire sonni tranquilli dato che sarà tutelato dal rischio di perdere la sua automobile.

Ho raccontato questa storia poichè il disturbo ossessivo-compulsivo applica la stessa strategia che abbiamo visto usare dal nostro venditore: spinge ad emettere un comportamento per ridurre un disagio che è stato creato ad arte.
Il DOC ha inoltre un vantaggio rispetto al nostro venditore: non ha bisogno di svolgere l’indagine, poichè conosce perfettamente il suo cliente.

Ora immaginiamo che il nostro disturbo ossessivo compulsivo voglia vendere al cliente (ovvero a chi ne soffre) una compulsione: il lavaggio ripetuto delle mani per 6 volte.
Conoscendo bene il cliente, non avrà bisogno dell’indagine iniziale ma potrà subito passare alla seconda fase: creare il dubbio.

Il DOC dirà al nostro cliente: “e se sulle tue mani si trovassero germi?”.
Si tratta di una informazione nota a tutti che sulle mani (e non solo) si trovano germi, tuttavia nessuno ci pensa, il DOC tuttavia focalizza in modo assillante l’attenzione della persona su questo fatto.
Non soddisfatto, esattamente come farebbe il nostro venditore, si serve spesso del tema della responsabilità: “e se a causa dei germi che hai portato a casa facessi ammalare i tuoi bambini?”.
A questo punto il DOC può fare con facilità la sua “proposta commerciale”: “allora vai subito a lavarti le mani”.
Andandoci, il cliente, firma il contratto con il DOC, non sapendo che questi non si accontenterà di così poco ma vorrà fargli acquistare molti altri “prodotti”.
Ti stai lavando le mani, ma non mi sembra che vada bene come te le lavi, sei sicuro di aver mandato via i germi?”, ecco che mette di nuovo il dubbio.
Ricordati che se non stai attento farai ammalare i tuoi bambini” ora sta facendo leva sul senso di responsabilità.
Lavatele ancora una volta” ora propone un compromesso.
Se la persona prova ad arrestare la compulsione (a non acquistare più) il doc diventa più insistente: si è entrati nel circolo vizioso del doc.

Come è possibile trattare il disturbo ossessivo compulsivo?
Attualmente gli unici trattamenti scientificamente validati per il doc sono il trattamento cognitivo-comportamentale e il trattamento farmacologico.
Il National Institute of Clinical Excellence (NICE) (www.nice.org) è uno dei più importanti enti di ricerca e valutazione dell’efficacia dei trattamenti a livello mondiale.
Si occupa di stilare raccomandazioni ai professionisti della salute per una “buona pratica clinica”. Si tratta di indicazioni supportate da evidenze scientifiche di efficacia. Sulla documentazione del NICE rivolta ai clinici si afferma: “All people with OCD should have access to evidence-based treatments: CBT including exposure and response prevention (ERP) and/or pharmacology.” (“Tutte le persone con il DOC dovrebbero avere accesso a trattamenti basati sull’evidenza: la terapia cognitivo-comportamentale, che include l’esposizione e la prevenzione della risposta e/o la terapia farmacologica”).
Secondo i dati del NICE il doc è un disturbo che può potenzialmente creare disabilità nel corso della vita ed è poco riconosciuto e scarsamente trattato.
In Inghilterra, le persone che soffrono di doc riferiscono di aver aspettato una media di 17 anni prima che venisse iniziato un trattamento corretto.
Il doc è caratterizzato dalla presenza di ossessioni (pensieri ripetivi, stressanti, non voluti) e compulsioni (comportamenti o pensieri ripetitivi, stressanti, improduttivi).
I sintomi possono essere fonte di stress e difficoltà nel normale funzionamento sociale della persona.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

01/04/08

La Schema Therapy: terapia cognitivo-comportamentale della personalità

lago

Si tratta di un approccio terapeutico psicologico sviluppato dal clinico e professore americano J. Young. E’ un utile strumento per intervenire sulla personalità modificando gli schemi precoci che possono influenzare la nostra vita attuale.

Young ha pensato ad un nuovo approccio terapeutico poichè si era accorto che la terapia cognitivo-comportamentale non era abbastanza efficace nel trattamento di pazienti con una storia di difficoltà psicologiche croniche.

La terapia cognitivo comportamentale richiede una costante collaborazione tra paziente e terapeuta per il raggiungimento degli obiettivi ed è orientata al presente.
Pazienti che hanno sofferto di problematiche psicologiche in quasi tutto il corso della loro vita sono spesso talmente concentrati su emozioni, traumi, comportamenti e pensieri passati da non riuscire a tenere il passo di un approccio di questo tipo.

Young pensò di arricchire la terapia cognitivo-comportamentale con i contribuiti di due approcci terapeutici: la Gestalt e l’approccio psicodinamico.
Dall’approccio psicodinamico sono stati presi in prestito concetti come attaccamento madre-bambino, sintonizzazione emotiva, empatia, coazione a ripetere, transfert-controtransfert.
Risulta centrale per la Schema Therapy in particolare il concetto di coazione a ripetere: la tendenza delle persone a rivivere e ricercare nel presente le esperienze traumatiche del passato.
Dall’approccio Gestalt, la Schema Therapy, ha acquisito le tecniche di espressione emozionale.
Alla base resta comunque la terapia cognitivo-comportamentale: si lavora per obiettivi, il terapeuta ha un ruolo attivo nell’aiutare la persona a raggiungere la consapevolezza e a perseguire gli obiettivi, l’efficacia dell’approccio è stata sottoposta a verifiche scientifiche.

La Schema Therapy fa uso di concetti quali: gli “Schemi” e le “Risposte di coping disfunzionali”.

Cosa sono gli schemi?
Si tratta di insiemi di ricordi, pensieri, emozioni, sensazioni somatiche che si sono creati a partire da esperienze di frustrazione dei bisogni emotivi primari del bambino.
Essi accompagnano la persona in tutta la sua vita. Alcuni di questi schemi disfunzionali possono rendere difficile l’adattamento della persona all’ambiente dando luogo a sintomi di disagio quali ansia e depressione.
Gli schemi sono normalmente inattivi ma vengono riattivati da particolari situazioni vissute dalla persona come spiacevoli.
Le emozioni, i pensieri, i ricordi, le sensazioni somatiche legate allo schema sono spiacevoli e chi lo sperimenta normalmente mette in atto una serie di risposte di coping (comportamenti per fronteggiare l’attivazione dello schema) che possono essere più o meno funzionali.

Cosa sono le risposte di coping disfunzionali?
Sono i comportamenti messi in atto dalla persona in risposta all’attivazione di uno schema.
Le risposte di coping possono essere di “resa allo schema”, di “evitamento dello schema” o di “ipercompensazione” dello schema.
Es. Antonia ha uno schema di deprivazione emotiva, nella sua infanzia sua madre non le ha dato le attenzioni di cui ogni bambino ha bisogno.
Antonia potrà rispondere al suo schema di deprivazione affettiva in modi diversi: scegliendo compagni anaffettivi come sua madre (resa allo schema); evitando le relazioni affettive (evitamento dello schema) o chiedendo eccessivamente attenzioni alle persone a lei vicine (ipercompensazione).
Queste tre possibili risposte comportamentali sono un modo per sfuggire dal senso di disagio creato dallo schema ma, finiscono, sul lungo periodo, per rafforzare lo schema e rendere più difficile l’adattamento della persona all’ambiente.
Nel nostro es. Antonia rischia di trovarsi male nelle relazioni, di non riuscire a crearle o di rovinarle a causa della forza del suo schema.

Quali sono gli schemi di base?
Gli schemi che sono stati individuati dal gruppo di ricerca di Young sono:
abbandono/instabilità, sfiducia/abuso, deprivazione emotiva, inadeguatezza/vergogna, esclusione sociale/alienazione, dipendenza/incompetenza, vulnerabilità al pericolo o alle malattie, invischiamento/Sè poco sviluppato, fallimento, pretese/grandiosità, autocontrollo o autodisciplina insufficienti, sottomissione, autosacrificio, ricerca di approvazione o riconoscimento, negatività/pessimismo, inibizione emotiva, standard severi/ipercriticismo, punizione.

Ci sono studi sull’efficacia della Schema Therapy?

Data la novità del modello gli studi sono pochi rispetto a quelli che supportano la terapia cognitivo-comportamentale. I risultati di questi studi confermano comunque l’efficacia della tecnica terapeutica.
Uno studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Archives of General Psychiatry (2006) dimostra che la Schema Therapy è più efficace della psicoterapia psicodinamica focalizzata sul transfert nel trattamento del disturbo borderline di personalità. E’ meno costosa e ha una minore percentuale di abbandoni della terapia.
Il disturbo borderline di personalità è una delle problematiche psicologiche più complesse da trattare con cui i terapeuti si trovano a lavorare.
Un altro studio pubbicato sulla rivista scientifica Clinical Psychology & Psychotherapy (Mar/Apr2005) ha riscontrato che lavorando sugli schemi si riducono anche i sintomi ansiosi o depressivi, proprio come il modello di Young predice.

Qual è l’obiettivo della Schema Therapy?
Un primo obiettivo è permettere al paziente di raggiungere una maggiore consapevolezza sul proprio funzionamento psicologico, ovvero sugli schemi precoci che influenzano la sua condotta, le sue emozioni e i suoi pensieri..
Un secondo obiettivo è portare la persona a sganciarsi sempre di più dall’influenza dei suoi schemi riducendo l’attivazione emotiva e affrontando i pensieri ad essi collegati.
Monitorando e modificando la propria esperienza del presente sarà possibile ridurre il la forza dello schema.
Quello che bisogna tenere presente è che non è possibile eliminare lo schema, dato che è indelebilmente memorizzato nel nostro cervello (nel sistema limbico), ciò che si può fare è renderlo più flessibile.

Per chi può essere utile la Schema Therapy?
Come abbiamo visto è stata sviluppata per il trattamento di pazienti “difficile”, in realtà nella pratica si rivela molto utile per tutti i pazienti.
Alcuni schemi disfunzionali sono presenti in tutte le persone, così come le relative risposte di coping allo schema.
In realtà solo alcune persone sono interessate e sensibili ad approfondire e a modificare questi aspetti.
In alcuni casi, coloro che vivono sintomi ansiosi o depressivi scelgono infatti di lavorare esclusivamente sull’incremento delle proprie abilità al fine di fronteggiare i problemi.

Letture per conoscere meglio la Schema Therapy
Young, J., Klosko J. (2007). Reinventa la tua vita. Raffaello Cortina

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Dott. Enrico Parpaglione, psicologo.

Riceve su appuntamento in via Bligny 9 a Torino.

Cell: 349-4064593
e-mail: studio@psicologo.torino.it

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