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03/11/09

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Categorie: Schemi disfunzionali

Le trappola dell' iperprotezione (2° parte)

foresta iperprotezione

Perchè avviene
I genitori possono assumere uno stile educativo iperprotettivo per motivi diversi derivanti dalla propria educazione o da esperienze di vita.

A volte l’iperprotezione può essere dovuta a un tentativo di essere un genitore perfetto come compensazione di carenze vissute nella propria infanzia.
Se ad es. il genitore era stato maltrattato da piccolo, (in alcuni casi) potrà sentire un senso di responsabilità molto forte nei confronti di suo figlio che si manifesterà sottoforma di iperprotezione.
Anche esperienze del genitore come ad es. la perdita di un fratello possono portarlo a pensare che il figlio debba essere protetto e controllato costantemente.

Altre volte i genitori iperprotettivi sono stati anch'essi allevati con questo stile educativo e lo ripetono con i figli.
Anche un bambino di carattere timido e pauroso può favorire un atteggiamento iperprotettivo, preoccupato o controllante da parte del genitore. Questi atteggiamenti andranno nel tempo ad aumentare l’insicurezza del bambino.

L’iperprotezione in realtà nasce da un bisogno dei genitori
: ridurre il proprio timore che gli accada qualcosa, soddisfare il proprio bisogno di controllo o sentire di essere stati genitori ideali.
Il bambino, infatti, ha certamente bisogno di protezione ma allo stesso tempo gli si deve permettere di esplorare l’ambiente in modo autonomo pur facendo affidamento sulla presenza del genitore.

Come si manifesta
L’iperprotezione si può manifestare sottoforma di preoccupazione da parte del genitore circa la possibilità che accada qualcosa di negativo al bambino.
Il genitore percepisce il mondo come pauroso e pericoloso e tende ad allertarsi non appena il figlio si allontana o fa qualcosa da solo.
La paura si trasmette al bambino attraverso la percezione dell’ansia del genitore, attraverso la sua presenza costante nelle situazioni nuove e attraverso frasi come “fai attenzione! Non allontanarti”.
In questa forma di iperprotezione il bambino sviluppa un senso di vulnerabilità che può riguardare l’aspettativa che l’ambiente sia pericoloso o che i pericoli possano arrivare dal proprio corpo (malattie, problemi fisici ecc..). Il bambino può inoltre sviluppare una fobia per tutto ciò che è nuovo.
Se dovessimo trasformare quanto detto in una convinzione potremmo dire: “l’ambiente è pericoloso, per questo i miei genitori mi stanno sempre vicino, da solo non saprei affrontare e superare questi pericoli”.

Accanto a questa prima forma di iperprotezione, ne abbiamo un’altra che nasce invece dal bisogno del genitore di proteggere il bambino da ogni frustrazione.
In questo caso il genitore si sostituirà al bambino (e poi all’adolescente) nella risoluzione dei problemi e si impegnerà a non fargli provare emozioni spiacevoli legate agli insuccessi e alle difficoltà.
Il bambino apprenderà la dipendenza dagli altri e si aspetterà un costante sostegno e aiuto dagli altri ogni volta che si troverà in difficoltà. Inizierà a percepirsi come incapace di affrontare i problemi da solo.
Proviamo anche in questo caso a trasformare quanto detto in una convinzione: “i miei mi stanno sempre vicino, senza di loro non potrei risolvere i problemi, sono fragile e incapace”.

Un’ultima forma di iperprotezione è più legata al controllo e a un atteggiamento colpevolizzante e invischiante da parte del genitore.
In questo caso il genitore ha bisogno di controllare la vita del figlio in ogni suo aspetto, spesso perchè è il genitore stesso a sentirsi bisognoso del figlio.
A quest’ultimo viene dato un amore condizionato all’accettazione del controllo.
Il genitore tende ad essere eccessivamente presente nella vita e nelle scelte del figlio non permettendogli di maturare e differenziarsi secondo le sue peculiari caratteristiche.

Questo atteggiamento porta il figlio ad assumere un atteggiamento passivo di non scelta, di confusione e dubbi circa le proprie preferenze oltre a un’attenzione eccessiva al pensiero e agli stati d’animo del genitore.
Una convinzione che potrebbe rappresentare quanto detto è: “Devo chiedere consiglio ai miei genitori per ogni cosa che penso e faccio, altrimenti farei loro del male”.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Categorie: Schemi disfunzionali

La trappola dell'iperprotezione (1° parte)

iperprotezione

Immaginiamo di adottare un passerotto appena nato, di allevarlo in casa, di procurargli il cibo e di coccolarlo spesso. Il simpatico animale si abituerà a vivere nella nostra abitazione e in nostra presenza.
Ora immaginiamo, dopo tre anni di liberarlo in un bosco. Cosa capiterà al nostro amico?
Probabilmente ci cercherà disperatamente e tenterà di ritornare nel posto in cui viveva. Senza dubbio avrà parecchie difficoltà a sopravvivere, trovare il cibo ed evitare di diventare lui stesso cibo per i gatti. Rischierà di morire perchè nel corso dei suoi primi anni di vita non ha fatto esperienza di ambienti diversi e potenzialmente pericolosi.

Questo esempio ci aiuta a capire cosa può accadere a persone che passano la propria infanzia e adolescenza (e a volte anche età adulta) in un ambiente troppo protettivo.

Nella nostra società tende ad essere sottovalutato il pericolo di un approccio genitoriale iperprotettivo. Se siamo tutti d’accordo che genitori maltrattanti e abusanti danneggiano il bambino, più difficile è far passare il concetto che il bambino possa essere indebolito da troppe attenzioni e protezione.

L’iperprotezione non viene infatti di solito descritta come pericolosa ma è spesso giustificata e confusa con l’amorevolezza.
In realtà questo atteggiamento genitoriale non permette al figlio di sviluppare quegli anticorpi e quella autonomia di cui avrà bisogno per affrontare le difficoltà della vita.

Alcuni anni fa, mi colpì leggere una ricerca condotta sui “figli della crisi” del 1929 negli Stati Uniti.
Nel 1929, come è noto ci fu un periodo di forte crisi economica negli USA con il crollo della borsa di Wall Street e gravi ripercussioni economiche e sociali sulle famiglie americane dell’epoca.

Nella ricerca in questione, si voleva analizzare l’impatto della crisi sulle giovani generazioni che erano state investite direttamente dall’improvvisa caduta in povertà della propria famiglia.
Seguendo queste persone per anni e confrontando l’evoluzione delle loro vite con quella di coetanei che non erano stati toccati dalla crisi i risultati furono soprendenti: i bambini la cui vita era stata resa difficile dalla crisi, una volta adulti, avevano raggiunto ruoli di maggiore prestigio e successo rispetto ai loro coetanei non coinvolti nel problema.

Sembra che le gravi e improvvise difficoltà familiari avessero spinto le persone a darsi da fare e a rendersi autonome permettendo loro di affrontare con più efficacia le sfide in età adulta.

Nei prossimi due post vedremo perchè i genitori possono essere troppo protettivi, come si manifesta questo stile educativo e quali conseguenze comporta. Infine vedremo come può essere affrontata con una terapia cognitivo comportamentale.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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30/09/09

Capire l'autostima

autostima fiore

Un uomo è ricco o povero secondo quello che pensa di se stesso, non secondo quello che possiede.
Henry Ward Beecher

L'autostima è un argomento che desta molto interesse e capita spesso di sentire persone che si definiscono con "una bassa autostima" o che affermano: "se solo avessi un'autostima più alta potrei...".

Da un punto di vista psicologico possiamo chiederci: come definire l'autostima?
Il concetto è più complesso di quello che sembra, l'autostima deriva infatti da un mix tra le percezioni che abbiamo di noi stessi e quelle che abbiamo su come gli altri ci considerano. Alcune persone tendono a prestare più attenzione al proprio modo di vedersi (positivo o negativo che sia) mentre altre si affidano in larga parte alle considerazioni degli altri su di sè.

L'autoefficacia è un concetto che si collega strettamente all'autostima. Con autoefficacia si intende la percezione che abbiamo delle nostre abilità in uno specifico campo.
Ad es. se mi sento un buon musicista, vuol dire che in quel campo ritengo di riuscire bene e ho una buona autoefficacia percepita.
Sentirsi efficaci in una o più aree contribuisce ad una maggiore sicurezza di sè e alla costituzione di una buona autostima.

Accanto alla percezione del “saper fare” (definita dall'autoefficacia) è importante la percezione dell' “essere”, del proprio valore come persona in quanto tale indipendentemente dal proprio comportamento.
Accettarsi per come si è, essere disposti a perdonarsi e a prendersi cura di sè, adottare uno stile assertivo, saper esprimere e regolare le proprie emozioni sono buone basi per la costituzione di una autostima alta.

A livello educativo se un bambino viene gratificato esclusivamente per quello che fa o percepisce un' ansia del genitore sul "fare" può sviluppare iperattività che, una volta adulto, si può trasformare in ansia da prestazione e standard severi.
Anche una scarsa attenzione a premiare il “saper fare” può essere controproducente risultando in una scarsa autoefficacia per il bambino.
Pertanto da parte dei genitori è importante la consapevolezza del proprio ruolo nel costruire l’autostima del bambino e la dimostrazione di un affetto incondizionato per lui come persona, accanto alla incentivazione di alcuni comportamenti rispetto ad altri.

Sono inoltre da evitare critiche dirette al bambino piuttosto che al suo comportamento (“sei incapace”, “sei cattivo”) che lo costringono ad adottare un’immagine negativa di sè pur di mantenere la relazione con i genitori.

Vediamo ora come il concetto di autostima possa essere compreso meglio scomponendolo in tre parti:

1) Sè ideale: come vorremmo essere, qual è il nostro ideale

2) Sè percepito: come mi vedo

3) Sè reale: come sono realmente

L’autostima può essere definita come la distanza che avvertiamo tra il Sè ideale e il Sè percepito. Come vedremo di seguito è comunque importante anche la distanza tra Sè percepito e Sè reale.

Vediamo due esempi.

1) Sè ideale: essere il migliore in azienda; 2) Sè percepito: poco capace lavorativamente; 3) Sè reale: ha ottenuto promozioni e mostrato una produttività superiore alla media

In questo esempio sè ideale e sè percepito sono distanti perchè vi è una scarsa attenzione o una distorsione nella percezione del Sè reale.
La persona in questione avrà quindi una visione di sè negativa per quanto riguarda la sfera lavorativa. Le informazioni positive provenienti dai colleghi e superiori circa la propria abilità verranno ignorate o minimizzate per mantenere questa immagine di sè negativa.

1) Sè ideale: essere un genitore che non sbaglia mai; 2) Sè percepito: sono un genitore mediocre; 3) Sè reale: svolge con attenzione e impegno la funzione genitoriale

In questo secondo esempio l’ideale è troppo alto e astratto per essere raggiungibile, questo porta a percepirsi costantemente inadeguati anche se si svolge un buon lavoro come genitori.
Anche in questo caso verrà minimizzato quanto viene fatto, così come le valutazioni positive delle altre persone.
La propria valutazione sarà basata unicamente sul confronto tra la propria percezione e il proprio ideale perfezionistico.

In seguito riprenderemo in esame il tema dell'autostima e parleremo dei possibili interventi cognitivo comportamentali per migliorarla.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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06/09/09

La mente razionale e la mente emotiva

arcobaleno

Marco si considera una persona razionale, pensa che le decisioni vadano prese solo dopo un'accurata valutazione logico-razionale e che le emozioni siano da evitare e da controllare.
Ogni sua giornata è accuratamente pianificata e studiata a tavolino, sia per quanto riguarda il lavoro che la vita privata.
Marco avverte però un inspiegabile sensazione di insoddisfazione per la propria vita
".

Marta vive come su un ottovolante, in balia delle sue emozioni. Affronta la sua vita giorno dopo giorno senza mai porsi un obiettivo da raggiungere o un tracciato da seguire.
Quando emerge un problema si lascia guidare dalle emozioni che prova, se pensa alle scelte passate non è però soddisfatta delle decisioni prese. Ogni giorno si sente sempre più stanca e tesa, ha l’impressione che la sua vita sia troppo stressante
.

Il disagio psicologico spesso si manifesta come uno squilibrio tra mente emotiva e razionale.
Se in alcune persone possiamo notare un eccessivo controllo delle proprie emozioni, in altre abbiamo al contrario un’emotività che viene modulata con grande difficoltà.

Le persone che, come Marco, mettono in atto un controllo razionale eccessivo sulle proprie emozioni possono avere l'impressione che la loro vita diventi grigia e priva di significato.
In alcuni casi vivranno un senso di vuoto interiore e avranno difficoltà a creare e mantenere legami affettivi a causa della loro scarsa attenzione nell'ascoltare le proprie emozioni e quelle degli altri.
Si tratta di persone che di solito sono molto efficienti sul lavoro, pianificano attentamente ogni giornata e fanno uso del ragionamento per superare i problemi che incontrano nella loro vita.
A volte questo ipercontrollo porta paradossalmente all'emergere incontrollato e improvviso di emozioni quali ansia e depressione che risultano minacciose e inspiegabili per la persona.

Le persone che, come Marta, faticano a modulare le proprie emozioni, solitamente prendono decisioni sull'onda dell' emotività, cambiano umore rapidamente e si suggestionano e preoccupano in caso di problemi.
Queste persone non pianificano mai nulla e tendono a rivivere con facilità emozioni intense del passato così come a diventare ansiose per accadimenti che dovranno affrontare in futuro.
Le emozioni più difficili da modulare possono essere: tristezza, ansia, rabbia, eccitazione.

Per creare un equilibrio più funzionale tra emotività e ragione è necessario non solo favorire l'integrazione ma promuovere uno stato mentale alternativo che la psicoterapeuta americana Marsha M. Linehan chiama "mente saggia".
Grazie a questo stato mentale siamo in grado di acquisire informazioni non solo dai "canali" emotivo e razionale ma anche di poter far affidamento sull'intuizione.
Possiamo poi osservare i nostri processi mentali e le nostre emozioni senza con(fonderci) con essi. L’intuizione ci permette inoltre di cogliere rapidamente la realtà e di adattarci ad essa con flessibilità.

Imparando a diventare osservatori della nostra mente e non semplicemente suoi discepoli potremo apprezzarne la bellezza e la forza piuttosto che perderci in essa.

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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06/08/09

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Categorie: Coaching

Quali fattori influenzano il successo personale?

successo

Quali sono i fattori che influenzano il nostro successo nello studio e nel lavoro? Propongo di seguito una lista non esaustiva di fattori importanti nel promuovere il successo personale.

PERSEVERANZA
Possiamo dire che è perseverante una persona che non si perde d'animo anche se il suo comportamento non viene immediatamente rinforzato.
Uno studente che persevera può tentare più volte di passare un esame senza farsi bloccare da una o più bocciature.
La perseveranza deve però essere adottata con flessibilità e intelligenza, altrimenti c'è il rischio che si trasformi in ostinazione: pensiamo ad un imprenditore che non modifica le proprie strategie nonostante abbia verificato la loro inefficacia.
Possiamo affermare che può essere utile perseverare negli scopi (passare l'esame, aumentare il fatturato) ma non sempre lo è nei metodi (se vedo che una strategia non funziona devo provarne altre).

PREDISPOSIZIONE GENETICA
Tutti noi abbiamo conosciuto persone che sembrano possedere abilità innate in un particolare ambito: scientifico, umanistico, sportivo ecc...
Spesso tendiamo però a dare troppa importanza al ruolo della predisposizione e a non vedere quanti con impegno e metodo hanno raggiunto ottimi risultati nel loro settore.
In realtà, i "geni" sono pochi, la maggior parte delle persone ottiene il successo personale lavorando sodo e sviluppando metodi di lavoro efficaci.

APPLICAZIONE
Con applicazione intendiamo il tempo e lo sforzo che impieghiamo nel lavoro e nello studio. Quanto l'applicazione incide sul risultato finale dipende anche dal metodo che sviluppiamo.

METODO
Sviluppare un metodo che funzioni e sia compatibile con il nostro stile cognitivo ci permette di massimizzare i risultati e ridurre i "costi" in termini di tempo e fatica.
Pensiamo ad es. alla vendita: il metodo può essere ciò che distingue un venditore che ogni dieci potenziali clienti ne ottiene uno da un venditore a cui bastano tre potenziali clienti per ottenerne uno.

PASSIONE
La passione ha un ruolo fondamentale nello spingerci a perseverare e nel tenerci centrati sui nostri obiettivi. Se siamo appassionati di un lavoro, avvertiamo molto più tardi la fatica!
Dato che la passione non si crea volontariamente, è consigliabile prendere in considerazione le proprie passioni quando si sceglie un ambito di studio o di lavoro.

OTTIMISMO
Un atteggiamento di sano ottimismo ci aiuta a considerare gli ostacoli come opportunità di crescita.
Meglio evitare invece l'ottimismo ingenuo, ovvero il ritenere che vada sempre tutto bene e che non ci siano mai problemi e ostacoli.

CONOSCENZE PREGRESSE / TRASVERSALI
Aver sviluppato conoscenze sull'argomento in precedenza e possedere conoscenze trasversali (ad es. di lingue estere e tecnologie) ci permette di disporre di più informazioni e di ottenerne in modo più rapido.

BENESSERE PSICOLOGICO
Emozioni spiacevoli troppo intense possono influire sulle nostre capacità di apprendimento e di concentrazione. Tuttavia le emozioni in sè non sono dannose sul lavoro o nello studio, ci aiutano anzi rielaborare le informazioni più efficacemente e a potenziare la nostra memoria.

RELAZIONI INTERPERSONALI
Creare buone relazioni con le altre persone può migliorare il nostro benessere psicologico e aumentare le nostre difese di fronte alle difficoltà.
Inoltre nello studio e nel lavoro le relazioni ci permettono di accedere a molte più informazioni e supporto, oltre a rendere più piacevole l'attività.
Infine le persone intorno a noi possono incidere sulla nostra motivazione, pensiamo a quanto, in ambito sportivo, possa essere di aiuto il sostegno del pubblico per un'atleta.

Quali sono secondo voi:
- i fattori più importanti tra quelli elencati?
- i fattori da aggiungere a quelli elencati?

Dott. Enrico Parpaglione psicologo a Torino

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Dott. Enrico Parpaglione, psicologo.

Riceve su appuntamento in via Bligny 9 a Torino.

Cell: 349-4064593
e-mail: studio@psicologo.torino.it

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